Lorena Isceri, l’ennesimo femminicidio e quella necessità di uscire dal buio

La vicenda di Lorena Isceri, uccisa lo scorso 3 settembre dall’ex Federico Vella, ha scosso profondamente il nostro Paese. Che fare per non assistere impotenti all’ennesimo femminicidio?A chiederselo oggi in un breve articolo inviato a La Voce di Ferrara Comacchio e pubblicato dal settimanale diocesano ferrarese è la nostra Caterina Orsoni .

Fare Diritti lo pubblica con il permesso de La Voce, invitando le lettrici e i lettori ad un possibile confronto con Caterina e con chi come lei prova un senso di indignazione impotente e piena di frustrazione di fronte a queste notizie che occupano la cronaca per alcuni giorni, per poi scomparire nella ritualità.

da la Voce
di Ferrara-Comacchio: Su questa vicenda, pubblichiamo una riflessione giuntaci in redazione da una nostra lettrice.

di Caterina Orsoni

Ancora una volta, una donna vittima di femminicidio. La 45enne era originaria di Squinzano, nel Salento, risiedeva a Firenze ed era dirigente d’azienda nel farmaceutico veterinario. Vella l’ha percossa, rapita e gettata dal viadotto della A1 Panoramica, tra Croci di Calenzano e Barberino di Mugello, prima di togliersi la vita a sua volta.

Lorena Isceri in caduta libera nel vuoto, quel vuoto lasciato dalle istituzioni, da chi avrebbe dovuto garantire, a lei e a tutte le altre vittime di femminicidio, la sicurezza. Istanti interminabili, l’impatto al suolo, il colore rosso del sangue, delle scarpe rosse, delle centinaia di panchine rosse e del codice rosso. Il suo corpo grida ogni momento della caduta, fino allo schianto a terra. Le telefonate disperate, la richiesta d’aiuto dal baule dell’auto, legata al buio, con poco ossigeno a disposizione, la paura che via via si fa certezza che non c’è salvezza.
Anno 1975: Donatella Colasanti e Rosaria Lopez, ritrovate agonizzanti nel bagagliaio dell’auto di uno dei loro aguzzini.
Anno 2026, cinquantuno anni dopo, ancora una donna chiusa nel baule di un’auto: nulla è cambiato!
Come donna, mi sento profondamente ferita e arrabbiata, rifiuto la visione patriarcale che considera la donna come una sorta di “panda” da proteggere. “Proteggere” significa letteralmente “riparare coprendo”, ed è ciò a cui assistiamo quotidianamente: si copre, si nascondono i lividi, le ossa rotte, le privazioni, i silenzi e le troppe lacrime. Ricordo, a questo proposito, le parole pronunciate da Elena Cecchettin ai funerali della sorella, «per Giulia non fate un minuto di silenzio, per Giulia bruciate tutto».
Fu una potente chiamata ad una mobilitazione collettiva, ad un risveglio delle coscienze, un’esortazione a trasformare il lutto e il dolore in qualcosa di positivo. Purtroppo, dopo una iniziale indignazione, il “buio” del patriarcato ha preso di nuovo il sopravvento. Abbiamo bisogno, oggi più che mai, di fare rumore, di non nasconderci, di uscire dal buio. Abbiamo necessità di luce, di tanta luce.

Lorena Isceri, l’ennesimo femminicidio e quella necessità di uscire dal buio

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Settembre 11, 2026

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