Ferrara è scossa ancora una volta nella sua indolente apatia da un caso di cronaca, che mai i ferraresi doc vorrebbero nella loro città. L’edonismo civico imperante e un cosiddetto sano egoismo senile accoglie con riluttanza e stupore l’uccisione di Samanta Zironi da parte del marito. Un dramma familiare , un epilogo al riparo delle mura domestiche di un appartamento condominiale del quartiere Barco.
Due coniugi italianissimi da N Generazioni irrompono con la loro tragedia domestica nei rituali delle nostre giornate. La tentazione è di compiangere Samanta in un decoroso silenzio. Ci penseranno i cronisti dei talk TV nazionali a farne oggetto di analisi e sdegno a livello, appunto, nazionale.

E noi? Saremo l’ennesimo caso di una città che si difende dalla nomea di “teatro della violenza contro le donne’”? Tanto, molti dicono, parlarne a tragedia avvenuta a che serve?
E invece no! Serve, anzi è necessario. Come terapia per il futuro!
C’è una parte di città che non si assolve e non vuole assolvere, nè vuole derubricare a semplice dato statistico questo femminicidio ferrarese, secondo una ben collaudata prassi di rimozione collettiva a cui Ferrara è abituata da tempo.
Samanta Zironi e’ la vittima per antonomasia non solo di una mascolinita’ tossica, ma di una societa’ che non vede, non sa accorgersi, non tutela le donne e soprattutto i soggetti fragili. Samanta era una donna fragile, quasi una vittima designata: la sua paura, il suo silenzio sono oggi il suo jaccuse piu’ forte, ma arriva , come sempre in questi casi, troppo tardi. Non possiamo solo piangerla, ma scuoterci dall’indifferenza e dalla rassegnazione e scuotere le istituzioni incapaci o impotenti o anch’esse rassegnate!